Vacirca Antonio Francesco 1
Personaggi
«È una bella figura di educatore; una di quelle vecchie figure magistrali, di cui la scuola nostra ha oggi rari esemplari. Parlando o scrivendo di lui la mente è colpita dal prodigioso fenomeno della sua perpetua freschezza primaverile, la quale gli conserva una floridezza fisica e intellettuale cui non fanno difetto tutti gli impulsi generosi ed entusiastici propri alla gioventù... Ancora oggi, discutendo e polemizzando, la sua parola, forse più dei suoi pregevoli scritti, colpisce e trascina per la sorgente pura e spontanea dell’eloquenza, per il calore comunicativo del pensiero, per la forma sempre signorilmente garbata, per la maniera magistrale con cui usa la lingua di Dante, di cui conosce tutte le purezze, tutte le armonia... Egli può avere ben diritto al titolo vero di educatore, di plasmatore di coscienze, quando, come nel caso del nostro vegliardo illustre, la testimonianza dell’opera educativa è tutta viva e palpitante nelle generazioni da lui educate... Egli seppe sempre creare intorno ai discepoli condizioni tali di orientamento mentale, per cui la nozione scientifica o morale scaturiva spontaneamente e si fissava nel cervello infantile con durevole tenacità. Intese
la vita come lavoro e come lotta e con tale significato la fece apprendere agli alunni, la cui intelligenza avviò costantemente verso una forma sempre più completa di autonomia e indipendenza spirituale... Tutto quanto costituisce oggetto di conversazione, di osservazione occasionale di fenomeni naturali, di lettura di giornali, presentava per lui lo spunto d’una lezione; e la cognizione, così acquistata, veniva senz’altro elaborata'e convertita in materiale d’insegnamento».
Nel suo breve discorso pronunziato in occasione del giubileo dice che
«la testimonianza della sua opera educativa è tutta viva e palpitante nelle generazioni da lui educate. L’opera educativa di lui è tutta in quest’esperienza didattica; tutta in quest’opera praticata senza réclame editoriale, modestamente, nel diuturno lavoro della scuola; tenendo calcolo di tutte le contingenze, di tutte le necessità dell’ambiente scolastico nel quale si vive e si lavora; modificando, elaborando, perfezionando la teoria alla prova dell’esericizio professionale».
Giuseppe Tommasi, di vivo ingegno, pure in mezzo a contrarietà di ambiente e di fortuna, da autodidatta, riuscì a formarsi una notevole cultura che aumentò sempre con la lettura di ottimi libri e con la conversazione utile di persone colte, raggiungendo quel grado di cultura e quella maestria stilistica che venivano ammirati anche da letterati di valore. Ancora giovanissimo cominciò a scrivere poesie e continuò a comporne sempre durante la sua lunga esistenza con progressione ininterrotta. Sul contenuto e sulla valutazione artistica delle sue opere non ci sono pervenuti consensi unanimi, ma non pochi suoi versi sono d’una finezza e di una armonia classica degni di maggiore considerazione e fortuna. Scrisse non poche poesie per svariate occasioni, ma merita di essere ricordato il carme Religione e libertà, pubblicato nel 1886, dedicato a S.S. Leone XIII per la celebrazione delle nozze d’oro, che ha momenti di felice ispirazione poetica e in cui auspica la conciliazione delle aspirazioni liberali con gli ideali del Vangelo. Altrettanto interessante risulta l’altro carme filosofico Dio, pubblicato nel 1912 dalla casa editrice Giannotta di Catania, che riscosse numerosi e lusinghieri consensi e giudizi favorevoli sul contenuto e sulla forma. In esso il poeta critica lo scetticismo religioso dei liberi pensatori e, con acuto procedimento filosofico, fa scaturire dallo stesso dubbio la certezza dell’uomo di riconoscersi quale tramite necessario che lo lega all'Assoluto. Con elevate parole piene di fede religiosa dimostra come gli uomini abbiano sempre bisogno di Dio quale guida indiscussa nel loro cammino. Nel 1916, su sollecitazione di Giovanni Mulè Bertolo, tradusse in versi sciolti la celebre pastorale del cardinale D. Mercier, arcivescovo di Malines, conservando inalterato il suo nobile ed umanissimo pensiero. Per ringraziarlo del pregevole lavoro che gli era costato non poca fatica, il cardinale gli scrisse dal Belgio una bella lettera nella quale dice: continua